18 luglio 2026economia

La guerra in Iran e la fine (annunciata da anni) dell'egemonia del dollaro

La guerra in Iran accelera un processo già in corso: la de-dollarizzazione. Tra petrolio, yuan e Stretto di Hormuz, ecco cosa sta cambiando.

USD/CNH

Da mesi si parla di de-dollarizzazione come se fosse una novità del 2026. Non lo è: è un processo che va avanti da un quarto di secolo. Quello che è cambiato quest’anno è la velocità, e il motivo è la guerra scoppiata in Iran il 28 febbraio.

Nel 1999 il dollaro rappresentava oltre il 70% delle riserve valutarie mondiali. Oggi è appena sopra il 50%. È un declino lento, di percentuali all’anno — ma è un declino, non un rumore statistico. Yuan ed euro hanno preso quote, non in modo dirompente, ma costante.

La guerra in Iran ha fatto quello che ci si aspetta da un conflitto: ha reso il tema visibile a chi prima lo trattava come una nicchia da analisti.

Cosa sta succedendo davvero nello Stretto di Hormuz

Il punto più concreto, e meno raccontato sui media generalisti, è quello che sta avvenendo fisicamente nello Stretto di Hormuz. L’Iran ha reso più difficile il traffico marittimo nella zona, e in diversi casi ha richiesto il pagamento del passaggio in yuan invece che in dollari. Non è simbolico: è un pedaggio, pagato in un’altra valuta, su una delle rotte energetiche più importanti al mondo.

In parallelo, raffinerie indiane hanno iniziato a regolare parte degli acquisti di greggio russo in yuan e dirham. Sono episodi, non ancora un sistema — ma sono esattamente il tipo di episodio che, ripetuto abbastanza volte, diventa un’abitudine, e poi una prassi.

Il paradosso del petrodollaro in tempo di guerra

C’è una tensione interessante al centro di questa storia. Il dollaro resta forte, storicamente, perché gran parte del petrolio mondiale si scambia in dollari — è il cosiddetto sistema del petrodollaro, in piedi dagli anni ’70. Per proteggere quel sistema, gli Stati Uniti hanno storicamente usato anche la forza militare quando necessario.

Ma ogni intervento militare per difendere quell’architettura genera, negli altri paesi, più incentivo a costruirsi un’alternativa. È un cane che si morde la coda: più il dollaro viene difeso con la forza, più cresce la voglia altrui di non dipenderne. Nell’immediato dello scoppio del conflitto, il dollaro si è rafforzato — la classica corsa al rifugio in tempo di crisi, in tandem con il prezzo del petrolio. Con l’affievolirsi delle tensioni più acute, quel rafforzamento si è in parte riassorbito.

Cosa significa per chi guarda i mercati da fuori

Tre cose valgono la pena di essere tenute a mente, senza bisogno di trasformarle in previsioni:

Primo, la de-dollarizzazione non è un evento, è una tendenza. Non succede un martedì mattina: si misura in punti percentuali di riserve, anno dopo anno. Chi aspetta un titolo di giornale che dica “il dollaro è caduto” aspetterà a lungo, perché non è così che funzionano questi processi.

Secondo, le crisi geopolitiche acute — come questa — tendono a rafforzare il dollaro nel breve (è ancora il rifugio per eccellenza) e a indebolirlo nella tendenza di fondo (spingono chi ne fa le spese a cercare alternative). Sono due orizzonti temporali diversi, e confonderli porta a letture sbagliate.

Terzo, quello che succede nello Stretto di Hormuz in questi mesi — pedaggi in yuan, regolamenti in valute alternative — è un laboratorio in scala reale. Vale la pena seguirlo non perché cambi qualcosa da un giorno all’altro, ma perché è lì che si vedono le crepe prima che diventino spaccature.

DISCLAIMER

Questo articolo descrive una dinamica, non consiglia una posizione. Il tema dell’egemonia valutaria è affascinante proprio perché mette insieme geopolitica, energia e finanza in un solo nodo — ma è anche un tema su cui è facile scambiare una tendenza pluriennale per un segnale operativo di breve termine. Non lo è.

Fonti consultate: CNBC, Al Jazeera, GIS Reports.*

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